I sommersi e i salvati

In occasione dell’annuale commemorazione del genocidio in Ruanda Mimì ha tenuto un discorso nella sua università, lo riporto:
“In questo momento di commemorazione mi pongo diverse domande. Domande tipo il perché di tutto questo? Perché uno è diventato un assassino e un altro una vittima? Perché uno ha scelto di diventare il salvatore e perché io sono sopravvissuta?
Il fatto di sopravvivere non è solo per poter dire alla gente che sei sopravvissuto e ricevere sguardi di pietà o sguardi shockati.
Si sopravvive non perché la tua vita è intoccabile in quel momento, e non perché è troppo difficile trovare il tuo nascondiglio in cui ti sei rifugiato, né perché quel colpo di fucile o di macete non sono ben calibrati alla velocità necessaria per ucciderti. Non si sopravvive perché sei abbastanza forte da riuscire a sopravvivere a quei mille modi possibili per morire in quei tre mesi in Ruanda, o anche dopo, con tutte le malattie che c’erano.
Sopravvivere secondo me porta con sé una grande responsabilità.
La responsabilità di cercare la verità. Una cosa che non è facile visto che ci sono tante versioni di tutto questo. Ma è l’unico modo per dare senso al sacrificio dei nostri genitori e amici che sono morti nel ’94. Ciò vuol dire che la verità dovrebbe cominciare dall’ analisi di tutta la storia. Non dalla versione che tu hai visto o che tu hai vissuto. Avere il coraggio di scoprire che l’inizio di tutto è l’avidità dell’uomo, che è l’uomo che ha creato l’identità – immaginaria – per i suoi propri interessi. Tu non sei stato tutsi, hutu o twa perché te lo meritavi, l’uomo ti ha catalogato per uno scopo preciso. Può esserti andata bene perché all’uomo è necessario avere un gruppo d’appartenenza, ma nel nostro caso non è stato così. Ognuno di noi, ancora oggi, conosce più di due persone che sono ancora legati alla loro identità. Sappiamo che cambiare è difficile ma sappiamo anche che è necessario per potere andare avanti. La nostra responsabilità è di capire per informare. La nostra responsabilità come sopravvissuti è di riparare ed evitare la ripetizione dello stesso errore, di quell’errore che ci ha reso: orfani, vedovi, disabili. In questo momento, vediamo e sentiamo di massacri da varie zone del mondo. Siamo capaci di identificarci col dolore di quelle vittime Perché anche noi ci siamo passati. Ma la domanda è cosa facciamo noi?
Come persone che hanno avuto la loro vita risparmiata, che hanno conosciuto la malvagità dell’ uomo nel suo peggiore grado, ma anche come persone che hanno avuto la fortuna di vedere l’immensità della bontà di questo, attraverso quella suora o prete che ha dato la sua vita per la tua, quel contadino che ha rischiato la sua vita per salvare altre 50 vite, o quell’uomo che non aveva nessuna ragione per non ucciderti, visto che da quello che aveva imparato tu dovevi essere eliminato, ma invece ha seguito la ragione del cuore. La nostra responsabilità è di fare passare il messaggio che l’uomo può essere buono, e non lasciarci trasportare dall’ individualismo, perché sappiamo bene che abbiamo bisogno l’uno dell’ altra.
In questo momento di commemorazione ricordiamoci ancora quanto è grande la nostra responsabilità nel ricordare che c’è stato un genocidio, che poteva essere evitato, ma che c’è stato. E facciamo in modo che quando sarà il nostro momento di raggiungere i nostri cari saremo in grado di dire: “Ho usato bene la vita che mi è stata ridata”.

Armella MUHIMPUNDU

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